Ibriam nei lieti calici

Il Festival di Sanremo, trenta canzoni e un’inutile serata

di Gino Cervi

Buongiorno signor Ibrahimovic, ha visto che casino ha sollevato la sua partecipazione al Festival?
Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte… fatte così. Voglio una vita che se frega, che se ne frega di tutto, sì.

Certo, lo immaginavo. Ma non le sembra poco opportuno stare lontano dai suoi compagni di squadra in un momento così delicato della stagione?
Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va?

Zingaro l’ha detto lei, ci tengo a precisarlo. Non vorrei mai che la UEFA aprisse un’indagine. Torno a chiederle: l’altra sera nella partita contro la Roma si è infortunato, e pare anche seriamente. Non sarebbe stato meglio curarsi a Milanello così da rimettersi al più presto in forma per il prosieguo della stagione?
Ti sbagli amico: questo Festival mi aiuterà a sconfiggere i dolori che verranno, perché saranno anche più grandi degli amori che mi avranno.

La vedo predisposto al sentimentalismo. Del resto siamo a Sanremo, mica ad Heidelberg. Ora però, se me lo consente, le farei qualche domanda sulla sua storia personale. Lei che è nato ai bordi di periferia, mi sembra che nella vita, invece di sognare abbia sempre preferito guardare in faccia alla realtà.
Amico, apri bene le orecchie: perché i pugni presi io, a tutti quanti, li ho sempre resi. E stai tranquillo che a loro han fatto male ancor di più. Tienilo bene a mente: io sono un uomo che non si è mai sentito finito, che non ha mai perduto. Mai.

Ma lo sport dovrebbe averle insegnato che bisogna saper perdere, non sempre si può vincere.
Perdere l’amore, quando si fa sera quando sopra il viso c’è una ruga che non c’era. Provi a ragionare, fai l’indifferente fino a che ti accorgi che non sei servito a niente.

Mi sa che l’ho colta nel vivo… Allora forse hanno ragione quelli che sostengono che lei, ormai, non ha l’età.
Vecchio, diranno che son vecchio, con tutta quella forza che c’è in me. Vecchio… Quando non è finita, ho ancora tanta vita e l’anima la grida e tu lo sai che c’’è?

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Neuro2020 – Girone E – Svezia-Polonia

di Gino Cervi

Solna, 5 giugno 2004

SVEZIA-POLONIA

Alle ore 18.30 del 5 giugno 2004, al Råsundastadion di Solna, le nazionali di Svezia e di Polonia erano schierate l’una di fronte all’altra. Era la venticinquesima volta. Una bazzecola al cospetto dell’assai bellicosa storia delle due nazioni. Tra il 1598 e 1721 svedesi e polacchi se le erano suonate di santissima ragione e senza risparmio di colpi. C’è da far confusione quando ci sono di mezzo le guerre tra quei due rissosi dirimpettai baltici.

sigismondoI primi a venire alle mani furono il principe Sigismondo Vasa, figlio del re Giovanni III Vasa e della polacca Caterina Jagellona – e per questo salito sul trono di Polonia – , e lo zio di lui, il duca Carlo. Allo zio non andava giù non tanto il fatto che alla morte di Giovanni, Sigismondo ambisse a unificare i due regni sotto una sola corona, ma che quella corona fosse cattolica. Il duca Carlo e gli svedesi tutti erano fieramente luterani e così nel 1598 gliela fece pagare con una guerra che va sotto l’inequivocabile nome di “guerra contro Sigismondo” – e che fu scandita da fasi interne dalle buffe denominazioni: la guerra dei bastoni, la campagna delle salsicce… Tra bastoni e salsicce, ebbe la meglio il duca Carlo, che diventò re di Svezia col nome di Carlo IX.

Ma non finì mica qui: zio e nipote continuarono a prendersi a bastonate – o a salsicciate? – per la Livonia e per l’Estonia – forse anche «per l’Amazzonia e per la pecunia» come canterebbe «il mio illustre cugino De Andrade» – fino al 1611, quando morì Carlo. Ma a Sigismondo era rimasto sul gozzo di non essere diventato re di Svezia così da poter pescar in pace merluzzi su entrambe le sponde del Baltico: e ricominciò a tramare contro il cugino successore, Gustavo Adolfo. Ma Gustavo Adolfo era un osso duro. Le guerre continuarono con esiti alterni fino al 1632, quando i due contendenti morirono e i pesci veloci del Baltico continuarono a finire, alternativamente, nelle pentole polacche o svedesi, così a caso.

Le cose si complicarono nel 1654, quando abdicò la regina Cristina I di Svezia e, puntuale, il re di Polonia, Giovanni II Casimiro, tornò a dire che il trono di Svezia toccava a lui. Non era d’accordo Carlo Gustavo, della dinastia dei Wittelsbach, conte palatino di Zweibrücken-Kleeburg e cugino di Cristina: costui era determinato a diventare lui re di Svezia e, con l’aiuto dei tedeschi di Brandeburgo – che, come tutti in Europa cominciavano a capire in quel giro di anni, sarebbe stato sempre meglio averli come alleati –, marciò su Varsavia e nel 1655 la conquistò. La riperse tuttavia l’anno dopo. In un tutto quel gran bordello di battaglie e ammazzamenti la cosa più importante che ne uscì fu che, staccatosi dalla Polonia, si formò il primo nucleo del ducato di Prussia. Di lì a qualche secolo saranno cazzi per tutti. Soprattutto per i polacchi che, non a caso, presi di mira da nord dagli svedesi, da ovest dai “tedeschi” e da est dai russi, chiamarono questa Seconda guerra del Nord con lo scorante appellativo di “Diluvio” (in polacco Potop).

Mezzo secolo dopo, a uscire fradicio dal palcoscenico della grande storia europea per mettersi a sedere tra gli spettatori sarà invece il regno di Svezia, ridotto a brandelli da russi, prussiani e danesi nella cosiddetta Grande guerra del Nord (1700-21).

Benché al Råsundastadion di Solna, municipalità dell’area urbana di Stoccolma, quel sabato 5 giugno 2004 – trascurabile inciso: era anche il giorno del mio quarantesimo compleanno – si giocasse solo un’amichevole, a tutte queste storie pensava probabilmente Henrik Larsson quando al 42’ del primo tempo ricevette un cross dall’out sinistro e insaccò in rete, scacciando via tutte quelle date e quelle battaglie. Nessuno si chiese come mai quell’uomo color caffelatte, che ormai da qualche anno aveva smesso una bionda capigliatura rasta e giocava col cranio rasato, vestisse la maglia numero 11 gialloblu della Svezia, e portasse il cognome della madre Eva, e non quello del padre, Ricardo Rocha, emigrato in Svezia da Capo Verde. Se l’erano invece chiesto proprio i genitori, quando a Helsingborg agli inizi degli anni Settanta pensarono che un ragazzino color caffelatte potesse avere un po’ meno problemi a chiamarsi Larsson e non Rocha. E sempre a Solna, quel tardo pomeriggio, nessuno si chiese neppure il perché quel marcantonio con la maglia numero 10, alto due spanne di più, che andava ad abbracciare Larsson dopo il gol, non avesse neppure lui esattamente una fisionomia scandinava, da Carlo Gustavo Vasa, per intenderci: ma piuttosto un balcanico «gran nasone, un volto da caprone» che di lì a poco sarebbe diventato «sua Maestà» Zlatan. Figlio di un bosniaco musulmano e di una croata cattolica, cresciuto nei sobborghi di Malmoe e di dieci anni più giovane di Henrik Larsson, Zlatan non aveva avuto nessun dubbio a tenersi il proprio cognome: Ibrahimović. Da Lars a Ibrahim, la Svezia era cambiata.

Quello che accadde dopo – raddoppio svedese di Andreas Jakobsson, girandola di sostituzioni nel secondo tempo come si addice a un test-match, terza rete di Marcus Allbäck e gol polacco della bandiera di Damian Gorawski a un minuto dalla fine – ha in fondo assai poca importanza.

larsson

Svezia-Polonia  3-1
Larsson 42’, Jakobsson 54’, Allbäck 72’, Gorawski 89’

Svezia: Isaksson, Mellberg, Jakobsson, Edman, Ljungberg; Wilhelmsson, Nilson, Linderoth, Källstrom; Larsson, Ibrahimović

Polonia: Dudek, Rząsa, Kłos, Bosacki, Zewłakow; Radowski, Mila, Lewandowski, Krzynowek, Rasiak, Zurawski.

Neuro2020 – Girone E – Svezia-Irlanda

di Gino Cervi

Parigi, 13 giugno 2016

SVEZIA-IRLANDA

Solenne e paffuto, Zlatan Ibrahimovic comparve nel cerchio del centrocampo, portando sottobraccio un pallone. Una vestaglia gialla e blu, discinta, gli levitava delicatamente dietro, lo chignon ondeggiava al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il pallone e intonò: «Introibo ad altare Dei».
Parlava ovviamente di se stesso. Era il 13 giugno 2016 e mancavano però ancora tre giorni al Bloomsday. bloomsdayGli irlandesi che gli stavano di fronte si chiesero che cazzo avesse in mente di fare quel giorno Zlatan. Per tutta risposta alcuni di loro avrebbero voluto avere per le mani Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump, o per amor di brevità Pippi Calzelunghe. Ma lo Stade de France non aveva niente a che vedere con Villa Villekulla e neppure con la Sandycove Loyde Martello Tower. E quindi, poche balle, che si giocasse al pallone senza indugi.
Non che la cosa venisse molto bene a entrambe le compagini che alla fase finale dell’Europeo era giunte grazie agli spareggi di ripescaggio. Nel primo tempo i gaelici tengono in mano il pallino del gioco. Hendrick è dappertutto, Brady sulla fascia sinistra stantuffa come una locomotiva, il vecchio capitano O’Shea comanda dalla tolda della difesa. Gli scandinavi sembrano smarriti e Ibra un menhir nella brughiera. Tuttavia la prima metà passa via senza gol. Ma tre minuti dopo l’inizio della ripresa Coleman arriva sul fondo da destra e mette in mezzo e di controbalzo in numero 20 dei verdi colpisce nell’angolino basso sinistro Isaksson. Dal carattere onciale scritto sulle spalle si legge Hoolahan, un nome, un’esultanza.
Passano tredici minuti e il menhir, come un golem a cui un soffio e passato per le labbra, rianima se stesso e i suoi. Scambia al limite, sfonda in area e mette in mezzo un cross teso che uno sventurato Clark schiaccia di testa nella propria porta.
L’ultimo quarto d’ora è arrembaggio ma il risultato non cambia. Mr Bloom stringe la mano al signor Nilsson.

inrabis

 

Svezia-Irlanda 1-1
48’ Hoolahan; 71’ Clark (autogol)

Svezia: Isaksson, Lustig, (44’ Johansson), Lindelof, Grandqvist, Olsson; Larsson, Lewicki (85’ Ekdal ), Kallstrom, Forsberg, Ibrahimovic, Berg (Guidetti). All. Hamren
Irlanda: Randolph, Coleman, O’ Shea, Clark 6, Brady, Mc Carthy (McGeady sv.), Whelan, Hendrick, Hoolahan (76’ Keane), Long, Walters (62’ Mc Lean). All. O’ Neill
arbitro: Mazic (Srb)