Le parole sono importanti – Arrigo Sacchi

di Maurizio Zoja

Nato a Fusignano, in provincia di Ravenna, nel 1946, Arrigo Sacchi ha iniziato la propria carriera di allenatore nella squadra del suo paese natale. Dopo il Rimini e le giovanili della Fiorentina, si è seduto per due stagioni sulla panchina del Parma, in serie B, per poi centrare lo scudetto al suo esordio in serie A con il Milan, nel 1988. Nei due anni seguenti ha vinto altrettante Coppe dei Campioni, un bis mai più riuscito a nessuna squadra per oltre venticinque anni. Passato alla Nazionale, ha conquistato la finale dei mondiali disputati negli Usa nel 1994, per poi fare un breve ritorno al Milan e chiudere la carriera di allenatore con l’Atletico Madrid e infine con il Parma. È stato tra i primi allenatori a poter contare su un’imitazione: quella, straordineria, di Maurizio Crozza. 


«Iniziai ad allenare nel 1973, nel bel mezzo della rivoluzione olandese. Avevo 27 anni e da tempo mi era chiaro che non sarei mai diventato un calciatore professionista. Da piccolo facevo l’ala, poi mi spostarono mediano, poi terzino, poi fuori.»

«Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati per forza dei campioni: un fantino non ha mai fatto il cavallo.»

«A Barcellona prima della finale di Coppa Campioni contro la Steaua il nostro pullman avanzava a passo d’uomo tra la folla di tifosi milanisti. Baresi mi chiese: “Mister, chi lo spiega a tutta questa gente se perdiamo?” Gli risposi: “Franco, tu pensa solo che vinciamo”.»

«Alla fine del primo tempo, di Italia-Germania dell’Europeo 96, Rainer Bonhof, che era assistente allenatore dei tedeschi mi disse: “Ma quanto giocate bene?”. Pareggiammo e fummo eliminati, mentre loro avrebbero vinto il torneo. A fine partita tutti ci dissero che avevano ricevuto una lezione. Tutti pensano che se vinci sei bravo, se perdi sei scarso.»

«Io passo per un rivoluzionario del calcio, ma in Italia basta fare cose normali per essere indicati come rivoluzionari. Ho fatto solo cose normali, ho pensato che il calcio fosse uno sport di squadra, che giocare bene sia un valore e che aiuti a crescere i singoli in autostima, capacità e creatività. Per me una vittoria senza merito non è una vittoria. Ho interpretato sempre in questo modo il gioco del calcio e lo sport in generale in un paese che la pensava in modo opposto.» 

«Gullit non era il migliore tecnicamente, anzi, aveva due piedi normali, infatti quando si giocava a calcio-tennis tutti volevano stare con Lantignotti e pochi con Ruud. Ma la tecnica di gioco conta molto più di quella individuale e nel cuore di una partita i suoi piedi diventavano magicamente i migliori, grazie alla perfetta gestione degli spazi e dei tempi.»

«Alcuni anni fa Van Basten mi disse: “Ora ho capito quanti problemi le ho creato”. E io: “Se ti può consolare, me ne hai risolti tanti”.»

«La famosa frase “o Van Basten o io” non l’ho mai detta. Sono andato via perché lo stress mi uccideva e non volevo lasciarci la pelle.»

«Un giorno un signore mi avvicinò per dirmi che era un peccato quel secondo posto ai Mondiali negli Usa. Gli chiesi: “Lei che lavoro fa?”. Era un agente di commercio. “Ecco” gli dissi, “non le piacerebbe arrivare secondo al mondo nel campionato della sua categoria?”»

«Un giorno dopo una partita feci i complimenti ad Angelo Colombo. “Ma se non ha toccato la palla…” si sorprese Galliani. “Sì, ma grazie ai suoi movimenti tanti compagni hanno potuto fare cose importanti” risposi.»

«Giocare contro Maradona era come giocare contro il tempo perché sapevi che prima o poi avrebbe segnato o fatto segnare.»

«Una volta Maradona mi disse: “Da voi diventa veloce anche Ancelotti”. Precisai: “Non è veloce. Arriva prima”.»

«A Milano osservavo la gente che camminava. Avevano tutti un passo svelto, perfino gli anziani. Andavano tutti di fretta. I milanesi hanno il pressing nel sangue. Insegnarlo a Roma sarebbe stato molto più complicato.»

«Penso che Gullit possa essere considerato il simbolo del mio Milan. Aveva una grande potenza dal punto di vista fisico e sapeva anche essere un punto di riferimento per i compagni. Quando partiva in progressione si portava via anche il vento.»

«Dopo il mio arrivo al Milan, uno dei più scettici era Franco Baresi, ma non perché gli dessi le videocassette di Signorini da studiare, come ha favoleggiato qualcuno.»

«In finale a Usa ’94 il Brasile stava giocando meglio e meritava di vincere.»

«Paolo Maldini mi ha definito “un visionario”, che è un termine gentile per darmi del matto.»

«Per ventisette anni ho dato al calcio tutto me stesso. Lo stress è stato un valore aggiunto, un fattore di crescita, ma alla lunga mi ha svuotato. Quando mi sono accorto di non provare più nessun sentimento di gioia, ho smesso. Mi sono spaventato. Sono andato da uno psichiatra a chiedere se quel vuoto di sentimenti fosse normale. “Non sono stati normali i ventisette anni che ha vissuto prima” mi rispose.»

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